Il complesso d’inferiorità di una civiltà tramontata
(L’Opinione della Libertà, 15 ottobre 2003)
“Basta adesso con questa storia dell’11 settembre. Sono passati due
anni oramai. Non se ne può proprio più. E’ successo,
eh beh? Anzi, era ora che capitasse qualcosa agli americani sul loro
territorio, con tutto il danno che hanno fatto loro in ogni angolo della
terra.” Queste le parole della nostra guida turistica durante un viaggio
scolastico in Grecia. E pensare che la conversazione privata fra me
e lei era cominciata con tutt’altri toni. Scoprendo che io ero americana
e di Boston, mi stava raccontando con molto entusiasmo di un viaggio che
aveva fatto nel mio Paese qualche anno fa, con apprezzamenti particolari
per la mia città e per quella di San Francisco. Non le era piaciuta
per nulla la città di New York ed era a questo punto che sono intervenuta
per dire che ero appena stata a New York e come avevo trovato molto cambiato
il “mood” di quella città dopo l’11 settembre. Osservazione
che non ho potuto approfondire perché mi è arrivato subito
lo schiaffo stordente della sua esternazione di qui sopra.
Non ce l’aveva comunque solo cogli americani. Ce n’era anche per i
Britannici. Ovunque fossimo, Mycenae, Delfi, Olympia o Atene, ci raccontava
che non potevamo visitare il museo locale, perché chiuso per restauri
in vista delle Olimpiadi. Ma anche se fossero stati aperti, avremmo
visto solo delle copie, perché tutti gli originali sono stati rubati
dagli inglesi e quindi sono custoditi in quel luogo di ricettazione di bottini
mondiali, meglio conosciuto come il British Museum.
Non ce l’aveva in uguale misura coi francesi, perché riteneva che
ci fosse qualche speranza che loro potessero decidere un giorno di restituire
qualcosa, dato che le Louvre non rimarrebbe completamente svuotato se fossero
restituiti i tesori altrui, sottointeso naturalmente che il British Museum
invece sì.
Se i miei compagni di viaggio, gli studenti ed educatori di classe, riuscivano
a rimanere nella beata sconoscenza delle disavventure locali, io mi tenevo
al corrente grazie alla Kathimerini in versione inglese dato come inserto
con l’International Herald Tribune. Così ho saputo quanto gli
dei dell’antichità fossero con noi. Siamo andati via dal Peloponneso
il giorno prima di un terremoto. Il giorno prima della nostra visita
all’Acropoli, gli addetti al lavoro avevano fatto sciopero. Idem il
giorno dopo. E il giorno successivo al nostro rientro in Italia, alla
compagnia aerea nazionale con la quale abbiamo viaggiato, l’Olympia, hanno
fatto sciopero anche loro.
Ho saputo anche, che in Grecia “l’autunno caldo” è esordito come in
Italia, con multipli attacchi terroristici durante la stessa prima settimana
d’ottobre. Se in Italia i target erano uffici del Ministero del Lavoro,
in Grecia erano più trasversali, tanto è vero che sono stati
definiti “uno slalom”: due uffici locali del PASOK, il partito al potere
e uno della Nuova Democrazia, il partito d’opposizione, la casa del parlamentare
ND, Giorgos Voulgarakis e quella di Giorgos Veltsos, un amico del primo ministro,
Costas Simitis. Come in Italia, anche ad Atene si discute fra le rivendicazioni
di terroristi tradizionali, quali i gruppi nominati “17 novembre” e “Lotta
popolare rivoluzionaria” e nuovi gruppi anarchici.
Durante una mezza giornata libera, sono anche capitata in una dimostrazione
di studenti e professori dell’università. Fermandomi a parlare
con un gruppo di tre ragazzi (che belli che erano!) che parlavano bene l’inglese,
ho cercato di capire che cosa volevano con la loro manifestazione.
Sostanzialmente vogliono l’istruzione per tutti e gratis. Cosa farà
la società con un surplus di sociologi, non si sa. Il bisogno
di gente che ti rifaccia l’impianto elettrico, che ti sostituisca il rubinetto,
che ti ripari le scarpe o che operi la macchina che produce il T-shirt che
indossi, non lo percepiscono. “Siamo comunisti!” proclamano con orgoglio.
E quando fai qualche accenno ai fallimenti di quel sistema economico, ai
morti che ha prodotto, all’arretratezza sociale ed economica nella quale
ha tenuto interi popoli prigionieri per lustri, sono disposti solo ad ammettere
“qualche errore” del passato. Sono preparatissimi, invece, a
recitare tutte le realtà rovesciate di quel posto infame che si chiama
gli Stati Uniti. Non sanno però spiegare perché tutti
quelli che scappavano dai loro paradisi avevano come primo posto ambito proprio
quell’inferno!
Tornando alla nostra guida, è chiaro che non potevo mettermi a fare
polemiche con una persona con la quale avremmo dovuto convivere per sei giorni.
Ma neanche potevo chinare la testa e non dire niente ad una che con tutto
il suo bagaglio culturale riusciva a sparare cose di una tale gravità.
E così, le ho chiesto come poteva dire cose così terribili.
In risposta, mi ha prestato un libro che stava leggendo, “Stupid White Men,”
scritto da un americano di nome Michael Moore. E’ un libro blasfemo,
dissacrante. Fra le sue copertine, c’è indubbiamente qualche
sacrosanto fatto, ma quando uno scrive sul serio, e non per scherzo come
sembrerebbe, che ha mandato una lettera a Kofi Annan e alla sede della NATO,
pregandoli di mandare un esercito internazionale per liberare gli Stati Uniti
sotto assedio, insomma come fai a prendere sul serio tutto il resto che ha
scritto? In Italia, in questi giorni si discute se dare o no il diritto
di voto agli immigrati. A leggere le esternazioni di tipi come Moore,
o Vidal, o Chomsky viene voglia di toglierlo a certi cittadini che della
loro libertà fanno un tale abuso da mettere a repentaglio quella di
tutti gli altri.
Un po’ di colore locale del mio viaggio in Grecia che ho trovato divertentissimo.
Non so agli orecchi di un italiano come possa suonare, ma per un’americana
era proprio buffo vedere quelle parolone sofisticatissime, di connotazione
scientifica o epocale, usate per le cose più banali come “Stasis”
per la fermata dell’autobus o “Exodos” per l’uscita della metropolitana,
che la prima volta che l’ho visto ho pensato al famoso romanzo di Leon Uris!
E quale metropolitana: Funzionale, pulita, e sicura! E non hanno
dovuto aspettare, come nel caso di Torino, gli Olimpiadi o il disinteresse
o la morte di un patrono dell’industria nazionale per costruirla!
Per quanto sia contentissima del mio viaggio in Grecia, devo confessare che
il desiderio di colmare la sete per quell’aria d’antichità è
rimasto incompiuto. A parte le sue uscite politicanti, la nostra guida
sapeva il fatto suo riguardo a tutti gli monumenti classici che ci illustrava.
Però fra il suo raccontare non-stop e le impalcature e folle di turisti
onnipresenti, quell’atmosfera di spiritualità antica che aspettavo
di assaporare è rimasta ben custodita solo nella mia fantasia.
giogia@giogia.com Ritornare alla lista